“Boyhood”: la poesia della crescita in un film lungo 12 anni

Boyhood

Boyhood” è un film che, semplicemente, racconta la vita. Senza fronzoli, senza effetti speciali, senza espedienti narrativi particolari. La vita, nel suo progetto unico e imprevedibile, nel suo susseguirsi di giorni, fasi, età, eventi, sorrisi, drammi. In questo caso, la vita è quella di un bambino dell’entroterra texano, con una mamma che si lascia guidare dal sogno di amori sbagliati e ubriachi, e un padre assente, allegro, ancora bambino e scanzonato. Un racconto lungo 12 anni, che è anche la durata di lavorazione del film. La particolarità di “Boyhood“, infatti, è che il regista Richard Linklater l’ha realizzato seguendo la crescita naturale degli stessi attori, raccontando dunque non solo la loro crescita emotiva ma anche quella fisica. Ogni estate dunque, per lunghi 12 anni, lo stesso cast e la stessa crew si è riunita sul set per portare avanti un pezzettino di storia. E l’effetto è strepitoso: non solo ha già vinto l’Orso d’argento per la miglior regia all’ultimo Festival di Berlino, ma sembra candidarsi a grande protagonista dei prossimi Oscar. Vediamo una Patricia Arquette/Olivia passare dalla fragilità di mamma single alla sicurezza di donna realizzata; vediamo un Ethan Hawke/Mason Sr trasformarsi da padre Peter Pan a padre inquadrato; soprattutto, vediamo l’evoluzione di Ellar Coltrane/Mason, il ragazzo malinconico e sognatore, dolce e indeciso, creativo e perennemente alla ricerca di sé. Un film lieve, che elogia la banalità del quotidiano e la trasforma in poesia, una lenta ballata in cui tutti possono riconoscersi. E la leggerezza, di questi tempi, è cosa rara.

di Daniele Messina

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Una risposta a “Boyhood”: la poesia della crescita in un film lungo 12 anni

  1. Fran ha detto:

    visto, bellissimo, concordo con la recensione 🙂

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