“Bootleg Experiment”: il progetto editoriale tra libro e blog

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Tra libro e blog, tra carta e schermo, tra eterno e temporaneo: “Bootleg Experiment” si inserisce proprio lì, in quel confine indefinito tra reale e irreale che è così concretamente attuale. “Bootleg”, in primo luogo: un prodotto illegale, che viola le leggi del copyright. “Experiment”, poi: l’arte di osare, di sperimentare, di trovare un modo nuovo per raccontare il mondo dei new media. Attraverso 50 saggi, che saranno scritti da 50 diversi autori e suddivisi in 10 numeri, gli esperti del mondo creativo ci racconteranno il loro personale punto di vista sullo stato dell’arte, del design, della moda, della comunicazione e della psicologia. Un prodotto editoriale vero e proprio che sarà pubblicato online per poi essere rimosso e sopravvivere della sola esposizione virale e tramite un libro, che conterrà una selezione dei migliori scritti. Tra presenza e assenza, tra passato e futuro. Abbiamo intervistato gli ideatori e curatori del progetto, Cristian Confalonieri e Paolo Peraro.

 

Come e perché nasce “Bootleg Experiment”?
CRISTIAN CONFALONIERI Nasce da una riflessione nata dalla lettura di “internet ci rende stupidi?” di Nicholas Carr e dalla voglia di sviluppare un progetto editoriale da neofiti, in un periodo in cui, buttarsi nell’editoria, è ritenuto un gesto folle.

PAOLO PERARO Nasce anche dalla voglia di confrontarsi con persone che stimiamo e di cui siamo curiosi di conoscere l’opinione.

Quali sono le potenzialità, a livello di diffusione di contenuti, di una forma ibrida tra libro e blog? 

C.C. Bootleg è un libro che si trova su Internet ma non possiede nessuna delle caratteristiche tipiche dell’editoria online. È un esperimento. Internet è fantastico per creare un bacino di lettori/interessati e per avere feedback su quello che si sta facendo. Ma il libro è il prodotto vero e proprio che però esisterà solo alla fine del processo, dopo che se ne sarà ampiamente discusso su internet e modificato di conseguenza.

P.P. Proprio come avviene nelle altre forme mediatiche, è assurdo non pensare che internet possa contribuire a modificare il contento stesso del libro. Al momento il solo utilizzo concreto è lo scambio di recensioni tra lettori (Anoobi, Goodreads,…)

La scrittura, a vostro avviso, ha subìto o ha guadagnato dall’avvento delle forme di narrazione digitali contemporanee?

C.C. La scrittura varia, si modifica, evolve, parallelamente al linguaggio. È certo che le tecnologie che ci circondano influenzano le modalità con cui comunichiamo e il nostro cervello. Quindi non parlerei in termini di “meglio o peggio”. La scrittura breve di twitter, degli sms, ovviamente porta a una scrittura senza tempi (quasi sempre si parla al presente, o al passato/futuro prossimo) e senza punteggiatura (occupa spazio), va da sè che anche il pensiero che genera questa scrittura è senza visione temporale e senza ritmo lessicale. Penso sia pericoloso abbandonare la scrittura articolata in favore di una produzione totalmente breve (per il web), questo influenzerebbe la cultura di massa in maniera molto negativa, credo. Abbiamo molte piu informazioni di bassa qualità, adatte solo per distrarsi.

P.P. La scrittura in senso stretto ne ha perso, ma credo che ogni nuovo canale mediatico abbia portato a una “volgarizzazione” dello stile precedente. Il guadagno è da ricercarsi altrove,  nell’incredibile  moltiplicazione  degli stimoli ad esempio.

Di cosa parlano i vostri saggi e in base a cosa scegliete i contributors?

C.C. I saggi parlano del contemporaneo, di come le persone interagiscono con le tecnologie soprattutto, ma c’è anche molto umanesimo moderno grazie all’apporto di filosofi e psicologi. Scegliamo autori che secondo noi hanno qualcosa da dire usando ben più di 140 caratteri, siamo orgogliosi anche di ricevere contributi da persone che non conosciamo; in ogni caso, il saggio viene valutato, modificato, rielaborato, fino quando soddisfa noi e l’autore, ma sempre rimanendo in un regime di bootleg, cioè non diventiamo matti con l’editor e non chiediamo di intervenire sulla sintassi, con i nostri autori discutiamo solo di contenuti.

Qual è lo stato attuale del mondo artistico e creativo diffuso tramite i new media?

CC. Credo che il mondo artistico e creativo sia un mondo enorme, dove trovare tanta qualità e numerosi spunti di riflessione intelligente. I new media sono “solo” dei media, gli si sta dando troppo valore. Il media come insegna Mcluhan, parla a se stesso e di se stesso. Usare facebook “alimenta” solo facebook. E’ un argomento difficile e lungo da sviluppare ma credo che i new media siano un fantastico strumento divulgativo ma non sono “un contenuto” di qualità. E’ come se ci stessimo concentrando solo sulla voce senza far caso alle parole. Attraverso i new media non si studia l’opera di un artista, usare i new media non è un atto creativo, invece visitare una mostra, leggere libri, dipingere…

Pubblicare online, ritirare i contenuti e raccogliere i migliori scritti in un libro: un atto rivoluzionario in nome di un’informazione di qualità?

P.P. Vogliamo fare tutto quanto è in antitesi con le strategie di comunicazione digitali. Non usiamo immagini né video, non creiamo pagine social dedicate, non creiamo una base di utenti conservando indirizzi email, rendiamo il sito difficile da raggiungere, togliamo i numeri dopo un certo tempo. Facciamo  controintuitivamente tutto quello che siamo soliti fare nei progetti lavorativi con i nostri clienti. Leggere Bootleg non è facile. Bisogna trovarlo, scaricarlo, stamparlo, e dedicarci tempo e isolamento. Uno user experience designer inorridirebbe di fronte a così tante azioni da svolgere e così poco amichevoli.

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http://bootlegexperiment.it/

 

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