L’Antigone di Valeria Parrella arriva in libreria

Chi sarebbe Antigone oggi? Se nella tragedia di Sofocle la donna e il tiranno si fronteggiavano per dare o negare la sepoltura a Polinice, in questa riscrittura di Valeria Parrella, libera e alta, carica d’intensità e di poesia, è il diritto all’eutanasia a essere al centro del racconto. Vi presentiamo l’incipit del libro, dal titolo – appunto – Antigone, appena pubblicato da Einaudi (105 pp., 10 euro)

“Suxamethonium, pancuronium dibromuro, alcuronium dicloruro, sirupus aurantii corticis, flunitrazepam, hexobarbital sodico…

Delitto tu dici, non credo. Delitto mi sembra…non cogliere i miei giorni. Avrei voluto altro per me, e per te stessa, sorella Ismene. Ma vedi: la luce della luna non entra più qui dentro da tempo. Al suo posto, bianchi bagliori di lampade. Quel ciclo di notti e giorni che ci era stato insegnato  dal primo aprirsi delle nostre palpebre al mondo, cosa è diventato? Verande abbassate a dar requie per retine che non possono più accogliere il sole, oppure lo accolgono: ma non sanno che farsene. Ismene. Mi torturi, mi dici: noi non possiamo. E forse la ragione è dalla tua parte: è così, forse noi due non possiamo. Io e te, sorelle di Polinice, non possiamo perché la città lo vieta. Delitto tu dici, non credo. Infrazione delle leggi dello stato concernenti la pubblica e privata sicurezza, mediante atto commesso con perfetta coscienza. Non è questo il mio caso, fuor per la coscienza. Sì, sono consapevole, ho coscienza di voler dare requie al corpo di mio fratello Polinice. Ma non infrango nulla, se non il senso comune del giusto. E non vale la pena di provare almeno un gesto che riapra la questione? Cosa avevano pensato le leggi della città riguardo a mio fratello? Nulla, prima che egli giacesse in questa condizione. Su di lui sono state fatte, tentate queste leggi: è per lui che il legislatore ha deciso la non sepoltura. Prima di allora, prima di questo minuto della storia, leggi non albergavano in Tebe che non stessero a trattare delle miglia che dividono la città dalla seguente, del mercato delle greggi, dell’ora che scandisce la chiusura delle porte.

Se non sono capace di questo atto, tanto varrebbe che non fossi mai esistita.

Delitto mi hai detto, allontanandoti pochi attimi or sono dal corpo di Polinice, baciandogli il piede destro, il primo che staccava da terra quando imparava a cavalcare lo stallone di Edipo. Poi sei andata via e mi hai detto no: che tu non ci stai. Anzi mi hai detto che io non ci sto: che non ragiono. Siamo nate assieme ma dobbiamo morire divise. Due attimi fa hai gettato tra noi una scure che non alcuno trarrà più dalla terra. Delitto hai detto. Volevi dire delitto? Volevi dire mancare? Fallire? Se hai usato questa parola, come la buonanotte tra me e te, come l’addio definitivo, hai voluto dire questo, giacché è questo che significa delitto. Mancare. Sei tu che manchi, Ismene. Fallire, sono io che fallisco, Ismene. Fallisco ogni giorno da quando Polinice è qui insepolto e io non so farmene un senso. Senti la civetta che passa sui rami, lei lo sa. Sa il tragitto breve del suo volo, la preda da lacerare e digerire. Sa il conforto del tronco, la quiete della tenebra e lo scorrere delle ore. Come quella civetta mi pari tu, sorella. Pacata. Acquietata nel ritmo decretato per te da altri. Vi invidio. Vorrei essere così, come quella foglia che non sa perché sta germinando da quel ramo e non da quello che segue, eppure continua. Che non prova sofferenza se la pioggia si fa mancare per giorni, pur sentendo la linfa sua venire meno. Se io fossi la foglia al suo nascere, che senza percezione della stagione e del tempo si chiude a sera e riapre al mattino, tesa in una rugiada che le dà vita senza vita conoscere. Se potessi lasciarmi ingiallire seguendo un senso altro, allora saremmo tutti in uno stato di leggerezza, che non è la felicità, ma non è neppure dolore. E non potremmo goderne, ma neppure struggerci. La madre e il padre che giacerono nello stesso letto, figlio e madre a loro volta, non avrebbero avvelenato il rigoglio della pianta: e chi di noi fosse venuto su storto, il vento l’avrebbe accarezzato ugualmente.

Senza giudizio esterno d’occhi la nostra essenza sarebbe preservata.

Eppure preferirei così per me: se io parlo ora e agirò tra un istante, Ismene, è perché la sofferenza si è incenerita in me a guardare Polinice. Io non riesco più, non resisto più, non esisto più. Allora tanto vale tirare fuori le conseguenze estreme. La vita doveva essere un’altra cosa, più simile a quella degli altri. Né vedo in questa una genia eletta, né mi compiaccio di un destino greve. Se agisco è solo perché volgio ritrovare il senso perduto, infatti non posso più senza senso vivere, pure se vorrei,  come la foglia, come la civetta  sul ramo.

Dopo, non dovrò difendermi, né scusarmi.

Dopo, saranno gli altri a dover decidere le loro proprie azioni. Io sembrerò il motore dal quale scaturirà il movimento della storia, ma la storia è già iniziata ed è qui accanto a me in questo simulacro di fratello che solo nel sembiante è ancora Polinice. Allora il giudizio arrivi, sì, ma dopo. Vi vorrò tutti svegli, pupille dilatate, attenti, assorti, vivi. Io seguo la mia interna legge, la stessa che mi conduce al pasto nella fame, che mi induce al sonno benché tenti di sottrarmi. Quella legge mia interna diventerà tra un momento esterna, e versata in offerta per voi. Io non mi difenderò, anzi devo starci attenta, a dire troppo, troppo spiegare. Dalla parola monca deve sorgere la verità, se la mia azione verità porta. Dalla frase spezzata, dal verbo mancato. Più intorno a me condurrò silenzio più esso attraverserà le epoche. Posso immaginare il tumulto che il mare dovette rovesciare a nord di Thera, nel suo furente terremoto. Posso immaginare lo stridore dei ferri nel calare dei Dori, e i cozzanti brandi della piana di Maratona.

Ma quei suoni, quei rumori non mi sono giunti mai né ad alcun orecchio giungeranno mai. Il silenzio sì. Il silenzio lo sappiamo tutti. Uomini, arbusti e uccelli alti levati. Il silenzio è l’unico rumore che ci attraversa e avvolge immutabile nella storia.

Dopo, taci Antigone, se riesci, taci.

Suxamethonium, pancuronium dibromuro, alcuronium dicloruro, sirupus aurantii corticis, flunitrazepam, hexobarbital sodico…”

 Valeria Parrella, Antigone, Einaudi, 2012

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Una risposta a L’Antigone di Valeria Parrella arriva in libreria

  1. Evy ha detto:

    Donna. Scrittrice.

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